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salutemed.it Forum Index » » CFS Stanchezza cronica » » come si fa a capire se è depressione?!
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Autore come si fa a capire se è depressione?!
silvia77


Registrato: Feb 01, 2005
Messaggi: 206
Inviato: 2005-03-03 11:43   
Ciao a tutti. Sono 6 mesi che non sto bene. Nessuno mi ha fatto una diagnosi( a chieti non sono andata). Mentre i primi mesi avevo anche dolori e pruriti alle gambe, giramenti di testa e stanchezza e il primo mese febbre a 37.4, ora mi è rimasta "solo" la stanchezza, o meglio, debolezza a volte anche pesante, da non riuscire a far nulla. E ho anche sonno e fame nei giorni peggiori. A volte ho ancora un leggero mal di gambe, ma irrilevante rispetto alla stanchezza.
Come si fa a capire se è depressione? Io non mi sento depressa, però i miei dicono che potrebbe essere quello. Qualcuno di voi che ha avuto i miei sintomi ed ha provato degli anti-depressivi? Hanno funzionato? Non so se provarli per vedere se è effettivamente quello.
Io per ora sto prendendo solo prodotti naturali, ma senza grossi risultati. Ci sono giorni in cui sto meglio, ma sono pochi. Esami del sangue a posto(alcuni valori tiroide alti: antitireoglobulina e anti tireoperossidasi). È risultato che ho avuto la mononucleosi e il citomegalovirus in passato, ma non saprei quando. Magari in questi 6 mesi ma chi può dirlo?!
Ciao e …si salvi chi può!


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Dolce


Registrato: Jul 08, 2003
Messaggi: 870
Località: Pisa
Inviato: 2005-03-03 12:18   
Non credo che la tua sia depressione perché hai avuto problemi fisici come tu stessa affermi.
Purtroppo non esiste un esame che al 100% diagnostichi la cfs, nè la depressione, ma diciamo che il depresso in genere non ha dolori muscolari, che hanno cfssini e soprattutto fibromialgici.
Inoltre il depresso non ha la febbricola e non ha avuto la tiroidite e la mononucleosi, ma ha la depressione in seguito a un trauma (un lutto, un divorzio, oppure anche diversi fattori che magari uno non capisce, per es. il primo rapporto sessuale quando uno ha represso delle inibizioni), comunque il depresso in genere non si cura di sè, non vuole guarire, vede tutto nero (tu dirai anche chi ha la cfs o la fms, ma quello perché purtroppo va da molti medici che ora non gli credono, ora non sono in grado di curarlo e poi i dolori cronici come ogni sintomo cronico fanno vedere tutto nero).
Il dubbio è venuto un po' a noi tutti perché spesso i medici ci han prospettato di essere dei depressi latenti o robe del genere.
Puoi provare ad andare a Chieti, se tutto è ok è depressione, ma se stai male per problemi ormonali (tiroide) o immunitari (mononucleosi) è cfs o fms.
Dovresti risalire al momento in cui tutto è iniziato e capire se c'erano cose che non andavano sul versante fisico o su quello psicologico.
Ciao


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tired lizard


Registrato: Sep 06, 2003
Messaggi: 345
Località: Piemonte
Inviato: 2005-03-03 13:07   
Ciao Silvia!

Mi dispiace per i tuoi sintomi. Concordo con Dolce, provi di vedere un specialista di CFS al più presto possibile. Solo cosi riesci a capire meglio cosa ti succede. Gli altri medici non sono assolutamente in grado di diagnosticare problemi del tipo CFS ed è importante far analisi specializzati come quelli che fanno in una settimana di ricovero a Chieti. Se sei più al nord, c'è anche Tirelli (privato) e il loro ambulatorio (pubblico) a Aviano. Io sono andata da tutti e due.

Buona fortuna! E facci sapere...

Liz


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silvia77


Registrato: Feb 01, 2005
Messaggi: 206
Inviato: 2005-03-03 16:54   
...ma allora voi non avete provato con anti-depressivi?
io ho iniziato tutto in seguito ad un forte stress sia fisico che psichico. ed ora non ho più febbre.
bo. ciao


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Dolce


Registrato: Jul 08, 2003
Messaggi: 870
Località: Pisa
Inviato: 2005-03-03 22:20   
Si, ma il problema è complicato.
Gli antidepressivi giovano non solo per la depressione, ma a volte anche per la cfs e la fibro.
Quindi è tutto difficile.
Ciao


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KIO


Registrato: Oct 29, 2003
Messaggi: 1275
Località: Lugano
Inviato: 2005-03-04 01:42   
Cara Silvia

Ci sono un sacco di studi sulla CFS & Fibro che hanno cercato pure di capire se quêste sindromi sono o no depressione, o se sono sovrapponibili... o non so che altro...

Diversi risultati sono a favore dell'ipotesi che si tratta di cose diverse, specie con la CFs hanno trovato diverse differenze e discordanze.

Ma tanti malati di CFS o di Fibro hanno una sovrapposizione di depressione reattiva.

Han già detto bene qui sopra... il discorso non è così semplice...
Anche perché alcuni valori alterati nelle nostre sindromi sono molto simili a quelli riscontrati nella depressione...

Dall'esperienza che Lele ha fatto a Ville Turro a Milano (ne ha parlato qui in forum)... mi sembra di ricordare che dopo essere stata curata, nn so più se x la depressione o per gli attacchi di panico, alla fine la stanchezza le è restata e i medici hanno detto che era guarita, ma non si spiegavano i sintomi che persistevano, e che quindi erano imputabili ad altro non di loro competenza. (se provi a mettere in CERCA "Turro" e Nickname "Lele63", dovresti poter risalire.

Secondo me, x il mondo della scienza, anche la parola "depressione" resta un "termine descrittivo": definisce un quadro, ma non sanno bene bene cos'è.
Figuriamoci i vari malati o le persone che stanno loro attorno.

Negli ultimi anni anche a me ipotizzavano (tra le altre) questa diagnosi... ho percorso mari e monti x cercar di capire se potevo essere depressa pur senza avere l'impressione di esserlo...
Trovato solo caos, nei laici, ma anche nei medici...
oltre alle, già altrove nominate, 9 diagnosi mediche differenti, in più ho catalogato 6 diagnosi psichiatriche diffetenti: 3 da medici di medicina generle e 3 da psicologi e psichiatri (uno solo s'è astenuto dicendo che potrei avere tendenze ipocondriache, ma se Tirelli e altri palrlano di CFS significa che sono davvero ammalata).
Il bello deve ancora venire.
le diagnosi psichiatriche fatte da medici, raccontate a psicologi o psichiatri hanno suscitato perplessità o ilarità palese...
E psicologi o psichiatri hanno fatto tutti una diagnosi diversa.
!
Io continuo a dire che in fondo abbiamo una bella malattia: obbliga il mondo della scienza a scavare là dove forse non pensavano di dover andare, anche parlando di depressione tipo calo d'umore... e stress, e stress e infiammazioni, e immunitario, e memorie di virus, e memorie cellulari di stress... tra un po' di anni ne vedremo delle belle!

!

[ Questo messaggio è stato modificato da: kio il 2005-03-04 02:05 ]

[ Questo messaggio è stato modificato da: kio il 2005-03-04 10:43 ]


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KIO


Registrato: Oct 29, 2003
Messaggi: 1275
Località: Lugano
Inviato: 2005-03-04 01:47   
Contributi alla riflessione.
Date un occhiata qui:
(per i link aprire la pag. originale, sito esteso e articolato)

http://www.stress-cocchi.net/index-it.htm
LO STRESS GLOBALE
Un sito WEB dedicato a ricerche e ipotesi sullo stress

http://www.stress-cocchi.net

English text of this page.

Definiamo con stress un insieme di relazioni che collegano agenti stressanti esterni o interni, di origine fisica, chimica , biologico-metabolica, e psicologico-sociale con reazioni aspecifiche di un organismo vivente. Tali reazioni derivano dalla modificazione dell'omeostasi indotta dall'agente o dagli agenti stressanti, e agiscono come via finale comune.
Le reazioni di stress possono essere indotte da agenti stressanti esterni, o interni o dagli uni e gli altri insieme e dipendono da capacita' individuali genetiche e acquisite (Cocchi R, 1996, Drug therapy of pseudodementia as modulation of stress reactions. Three cases It. J. Intellect. Impair. 9: 173-180).
Alcune conseguenze di quanto sopra :
1. Ogni modificazione biologico-metabolica interna capace di alterare l'omeostasi puo' causare reazioni di stress.

2. Ogni malattia puo' avere sintomi di stress, come sintomi d'accompagno, accanto ai sintomi diretti e specifici di quella malattia stessa.

3. La modulazione delle risposte di stress puo' dare un qualche sollievo a qualsiasi malattia, (per le basi teoriche, vedi: Speculation 4-it.htm ; Speculation5-it.htm) anche a quelle genetiche o cromosomiche (Sindrome di Down; Altre anomalie genetiche o cromosomiche).
Per di piu' e' in grado di potenziare l'immunita' cellulo-mediata contro qualsiasi genere di infezioni (Immunita').


[ Questo messaggio è stato modificato da: KIO il 2005-03-04 01:49 ]


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KIO


Registrato: Oct 29, 2003
Messaggi: 1275
Località: Lugano
Inviato: 2005-03-04 01:51   
E qui...
(per i link aprire la pagina originale, sito esteso e articolato)

http://www.stress-cocchi.net/Speculation3-it.htm
LA SINDROME PREMESTRUALE COME PARADIGMA

DI UNO STRESS BIOCHIMICO INTERNO

Renato COCCHI, neurologo e psicologo medico

Parole chiave: Sindrome premestruale, stress, stress metabolico, stress interno, stress fisiologico, omeostasi.

Versione in inglese

Home Page

Stress: definizione n° 1 (Culliman et al., 1995)

"Sebbene il concetto di "stress" sia definito come malattia, generalmente esso si riferisce ad alterazioni fisiche o fisiologiche in grado di modificare l'omeostasi".

Questa definizione di stress sembra troppo restrittiva poiché non menziona in modo specifico lo stress di origine interna metabolica.

Stress: definizione n°2 (Cocchi, 1996)

Noi definiamo stress un insieme di relazioni che legano agenti stressanti interni od esterni di origine chimica biologica / metabolica e psicologica / sociale, a reazioni non specifiche di un organismo vivente. Queste reazioni emergono dalla modificazione dell'omeostasi causata dagli o dall'agente stressante. Infatti, possiamo trovare uno o più agenti stressanti esterni o interni, oppure agenti stressanti interni ed esterni che intervengono allo stesso momento.

La sindrome premestruale (SPM) è l'esempio più evidente di stress di origine interna metabolica. Essa ha la caratteristica specifica di emergere da un processo fisiologico della donna fertile. L'abbassarsi del livello di progesterone (la fase luteale finale del ciclo mestruale) influenza l'omeostasi, inducendo reazioni di stress. Queste usano vie finali comuni e producono sintomi non specifici (ad esclusione forse di tensione mammaria, edemi e gonfiori).

Sintomi :

Affaticamento

Irritabilità

Edemi

Ansia/tensione

Tensione mammaria

Cambiamenti di umore

Depressione

Desiderio bramoso di cibo

Acne

Aumento dell'appetito

Iper-sensibilità

Gonfiori

Rabbia manifesta

Facilità al pianto

Isolamento

Mal di testa

Smemoratezza

Sintomi gastrointestinali

Scarsa capacità di concentrazione

Vampate di calore

Palpitazioni cardiache

Giramenti di testa

La supposta influenza degli ormoni steroidei femminili sul rilascio di alcuni neurotrsmettitori cerebrali coinvolti nel controllo dell'umore non è sufficiente a spiegare molti sintomi. I sintomi non specifici della SPM si trovano anche in altre reazioni di stress dell'uomo. Sebbene la SPM affligga circa il 90% delle donne, il fatto che un 10% circa non ne sia affetto necessita di ulteriori spiegazioni.

Poiché la quantità di reazioni di stress dipende da una soglia sia genetica sia acquisita, alcune donne possono non presentare la SPM a causa di una soglia molto alta allo stress.

E' abbastanza facile comprendere ciò che intendo per soglia genetica. Per soglia acquisita di risposta allo stress io intendo una soglia senza modificazioni stabili del circuito di feed-back ippocampo-cortisosurrenale dovuta a gravi fattori di rischio che hanno agito in epoca pre- peri- o neo- natale (Sapolsky et al., 1990).

Ma quando queste donne sono sottoposte ad un altro stress, senza alcuna relazione con il ciclo mestruale, la SPM può emergere, poiché la somma degli stress supera persino la soglia alta che esse possiedono.

Conseguenze:

Ogni alterazione interna biologica-metabolica in grado di modificare l'omeostasi può causare reazioni di stress.
Ogni malattia può avere sintomi di stress, intesi come sintomi che accompagnano i sintomi specifici di quella malattia.
La modulazione delle risposte di stress può portare sollievo in ogni malattia, incluse le malattie genetiche e cromosomiche.
Anche la sindrome premestruale puo' essere trattata modulando con farmaci le reazioni di stress.


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KIO


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Messaggi: 1275
Località: Lugano
Inviato: 2005-03-04 01:54   
E qui:
(per i link aprire la pagina originale, sito esteso e articolato)

http://www.stress-cocchi.net/Depression-it.htm
DEPRESSIONE E STRESS

molti argomenti...
tra i quali:

http://www.stress-cocchi.net/Depres2-it.htm
LE DEPRESSIONI INFANTILI
Renato Cocchi, neurologo e psicologo medico

Testo del 1985, ripubblicato senza aggiornamento bibliografico e con le sole variazioni tra parentesi quadre.

Testo in inglese
Depressione e stress

Home Page / / Pagina iniziale

Questo testo, su un argomento la cui importanza nell'ambito della neuropsichiatria infantile si va sempre più imponendo, rifletterà in maniera particolare le vedute e le esperienze terapeutiche dell'Autore e si discosterà, in parte, da concetti e classificazioni comunemente accettati.
Anni di esperienza e un ampliamento dei risultati terapeutici in ambiti non prevedibili sulla scorta delle opinioni correnti in proposito fanno ritenere che questa sia una strada percorribile non solo da un punto di vista clinico, ma perfettamente in accordo con la ricerca neurofisiologica di base, e foriera di una comprensione e di una terapia più adeguate.

Il concetto di depressione — infantile, per ciò che riguarda i nostri interessi, ma lo stesso potrebbe valere per quella degli adulti — non verrà più inteso, come usualmente viene fatto, nel senso di " caduta del tono dell'umore " che invece ne è solo uno dei sintomi, e tra l'altro non sempre presente, ma nel senso inibizione (depressione, in senso dinamico) di alcuni meccanismi neurochimici cerebrali.

Questa inibizione (o ridotto funzionamento) sarà considerata all'origine di particolari sintomi che indicheremo come difettuali, dovuti cioè a un deficit di funzionalità. Potremo però, e ciò avverrà nella maggior parte dei casi, trovare accanto a sintomi difettuali, sintomi che rifletteranno l'azione compensatoria dovuta ad una iperfunzione di altri meccanismi neurochimici, e che chiameremo sintomi di compenso.

In questo modo l'orizzonte della malattia depressiva si amplia e può comprendere non solo le depressioni manifeste (reattive, vitali o miste) più tipiche dell'adulto, ma non sconosciute nell'infanzia, ma anche le depressioni cosiddette mascherate, le somatizzazioni psicosomatiche e tutte quelle affezioni che beneficiano di adeguata tera­pia antidepressiva-ansiolitica e che non sempre sono state individuate come depressive in quanto in esse spesso manca il sintomo " caduta del tono dell'umore ", o la sua presenza è sfumata al punto che esso sembra più secondario agli aspetti somatici di una malattia di cui non si è percepita l'origine depressiva.

Sulla base di queste premesse, la malattia depressiva è sempre un disordine neuropsichico (e nel bambino la cosa è molto più evidente che nell'adulto) anche se il livello neurologico implicato è quello più fine della sinapsi, che non quello, più grossolano, del neurone.

A ciò si deve aggiungere che la malattia depressiva è sempre una condizione morbosa che implica l'intero organismo, nelle sue componenti neurovegetativa, motoria, intellettiva, oltre che affettiva, quest'ultima responsabile, in gran parte, del conseguente intacco dei rapporti relazionali e sociali, se essi non erano già causa della malattia stessa.

Da quanto sopra, è evidente il riferimento che occorre fare alla nozione di omeostasi intesa come una spiccata tendenza dell'organismo al miglior equilibrio possibile, quello nei limiti del quale tutte le funzioni vitali, e neuropsichiche funzionano al meglio delle loro possibilità. Un tale equilibrio è il frutto degli adattamenti selettivi intervenuti nel corso di milioni di anni negli organismi viventi a partire dai più semplici, per prima comparsi, fino alla specie umana.

Si deve dire che un organismo raffinato, adattabile, come è quello umano, e il suo organo più complesso, il cervello pur avendo raggiunto alti livelli di specializzazione, non possono essere messi totalmente in crisi tanto facilmente. A tal fine esiste tutta una riserva di meccanismi di aggiustamento (meccanismi compensativi) tali da poter ridurre al minimo le conseguenze di un disfunzionamento parziale.

Naturalmente, per quante compensazioni possano essere messe in atto, si tratta poi di un numero limitato, e potrà accadere che esse non riescano a far fronte ad un danno che oltrepassi i limiti di tolleranza per una certa area cerebrale che presiede ad una certa funzione ed allora quell'area e quella funzione verranno abbandonate, anche se non completamente, perché in quest'ultimo caso si avrebbe una atrofia.

Si può comprendere come allora, a meno di un danno traumatico preciso, le prime ad essere disattivate siano quelle aree che presiedono alle capacità acquisite per ultime (in ordine: meccanismi logico-formali, motricità fine, linguaggio) che sono tipiche dell'essere umano adulto evoluto, mentre saranno più difese quelle più primitive, che presiedono alla vita neurovegetativa.

Tra questi due estremi sono possibili tutte le condizioni intermedie, ed il processo di senescenza cerebrale ne dà atto in maniera precisa. Lo stesso avverrà, ma in maniera inversa, se il danno si è prodotto in un momento evolutivo: a seconda dell'entità del danno, e del momento in cui il cervello è stato colpito, verranno acquisite quelle capacità neuropsichiche che sono compatibili con l'equilibrio (precario) che si è venuto a determinare, e non si avranno invece le acquisizioni più specializzate (si noti ciò che avviene nell'insufficienza mentale).

Si deve aggiungere ancora una supposizione, che però serve ad interpretare precisi riscontri clinici. E' evidente che un danno cerebrale, anche quando l'agente lesivo abbia azione diffusa, come avviene ad esempio nelle encefaliti, non colpisce in maniera uniforme tutte le strutture e funzioni del cervello. E ciò è probabilmente dovuto al fatto che esiste una vulnerabilità differenziale delle diverse aree cerebrali, per cui quelle che presiedono funzioni più primitive risultano anche le più protette.

Si veda, a questo proposito, quanto succede in certe forme gravissime di coma, in cui manca quasi attività elettrica cerebrale rilevabile (al controllo EEG) ma in cui funzioni neurovegetative come respirazione, digestione, circolazione sanguigna, emissione di urina e feci, termoregolazione, ecc. possono invece essere conservate.

Sarà quindi agevole comprendere, da quanto si è detto, come anche in situazioni di preciso danno cerebrale, con lesione specifica, non ci sarà solo la funzione principalmente e pesantemente implicata ad essere messa fuori uso, ma accanto ad essa altre funzioni potranno risultare intaccate, e rese meno valide.

Questo intacco sarà appunto di tipo depressivo, nel senso che abbiamo dato a questa parola: inibizione di particolari circuiti neurochimici, con o senza compensi dovuti ali 'iperfunzione di altri. Esiste infine un altro aspetto che comincia ad essere sempre più valutato:

il danno cerebrale corrisponde alla distruzione dell'area cerebrale colpita (per cui il danno della funzione ha un corrispettivo nella lesione anatomica) oppure esistono danni in cui, pur non essendovi distruzione, si viene a determinare il blocco funzionale, in quanto il livello di funzionamento è tale da impedire l'atrofia (ex non uso), ma non sufficiente per permettere lo svolgersi della funzione?

E a seconda della risposta, la plasticità cerebrale, cioè capacità di riparare la lesione, è soltanto di tipo vicariante (la parte lesa può essere sostituita da una parte vicina che ne assume compiti e funzioni) oppure può anche essere di tipo riattivante (la parte lesa, non funzionante, ma non distrutta, può essere riattivata se vengono ristabilite condizioni neurochimiche adeguate)?

In base ad esperienze personali, sembra di dover dare una risposta positiva anche all'ipotesi di una riattivazione che, comunque, sarà tanto più efficiente quanto minore è l'età del soggetto, e quanto prima viene impostato il trattamento terapeutico. In base a queste premesse, dovrebbe risultare chiaro che riteniamo che fenomeni depressivi possano esistere da soli, ma possano anche essere sintomi d'accompagnamento di tutta un’ altra serie di affezioni lesionali come l'insufficienza mentale, le paralisi cerebrali infantili, l'epilessia, la sindrome di Down, ecc.; e non è assolutamente detto che si tratti di una depressione secondaria, il risultato cioè di una perdita di autostima dovuta alla coscienza della propria infermità, e del conseguente handicap sociale, (che però può sempre esserci!), ma potrebbe essere appunto una depressione primaria, nel senso da noi individuato.

Questo tuttavia non vuoi dire che non esistano situazioni morbose che sono solo depressive — si tratta anzi del più frequente riscontro che si fa nella pratica della neuropsichia­tria infantile —, depressioni a monte delle quali, se danno c’è stato, esso è restato limitato ad una caduta di funzionalità, la cui espressione sintomatica sarà di tipo difettuale, o in cui l’entrata in funzione di meccanismi compensatori ci fa comprendere lo sforzo che l’organismo fa per mantenere una omeostasi che ha rischiato di essere, a certi livelli, scompaginata.



Riassunto.

Per depressione (infantile) si intende l’inibizione di certi meccanismi neurochimici, causa di sintomi difettuali, accompagnata o meno dall’iperfunzione compensatoria di altri meccanismi neurochimici, ciò che da origine ai sintomi di compenso. Il sintomo " caduta del tono dell’umore " può essere o non essere presente.

La malattia depressiva implica sempre l’intero organismo nelle sue componenti affettiva, intellettiva, motoria, neurovegetativa e si ripercuoterà sui rapporti relazionali e sociali. La depressione può presentarsi da sola, o essere sintomo di accompagnamento di forme neuropsichiatriche lesionali come insufficienza mentale, paralisi cerebrali infantili, epilessia, sindrome di Down, ecc.

In questi ultimi casi, accanto a una depressione primaria di questo tipo, si potrà riscontrare anche una depressione secondaria come risultato della coscienza del proprio handicap.


Eziopatogenesi.
Appare sempre più evidente che tutti gli agenti patogeni in grado di agire sul Sistema Nervoso Centrale, e si tratta di agenti fisici, chimici, infettivi specie virali, e psicologici, determinano principalmente un tipo unico e aspecifico di risposta difensiva centrale, che viene attuata tramite meccanismi GABAergici [nell’ambito delle reazioni di stress].

E’ stato riscontrato dalla ricerca neurofisiologica di base che le vie GABAergiche, nei mammiferi e nell’uomo, sono particolarmente fragili alla nascita e nel periodo della prima infanzia, e, anche in accordo con dati di ricerche clinico-terapeutiche personali, la depressione infantile è una malattia in cui esiste sempre uno squilibrio GABAergico di base.

Le cause della depressione infantile saranno quindi rife­ribili ad agenti fisici, chimici, infettivi o psicologici che ab­biano agito in periodo critico. Questo tipo di impostazione modifica completamente i rapporti di causalità, innanzitutto perché privilegia ampiamente, per una condizione morbosa che sembrerebbe solo psichica, fattori che in grande maggioranza non sono psicologici.

In secondo luogo perché quelle che spesso sono state individuate come cause psicologiche del disturbo infantile (alterata relazione madre-bambino, ad esempio) ad un esame più approfondito si mostrano, per lo più, come conseguenze.

Se infatti, per una qualsiasi delle cause non psicologiche che andremo ad elencare, la soglia emotiva del bambino è stata e continua ad essere alterata e/o si sono modificati ritmi biologici fondamentali come il sonno e l’alimentazione, non sarà difficile che avvenga, come è stato riscontrato, che anche la migliore disponibilità di una madre possa essere messa in crisi.

Bambini che piangono di continuo, non mangiano o, peg­gio, non dormono per mesi e mesi, impedendo alla madre di dormire, producono in quest’ultima fatica e stress (e la perdita del sonno è uno degli stress peggiori!), con la conseguenza che anche la madre migliore, a meno che non abbia vocazione per la santità, sarà portata a controreagire nel migliore dei casi con l’indifferenza affettiva, nel peggiore — e per fortuna capita di rado — con il figlicidio.

Tra questi due estremi sono possibili tutte le reazioni intermedie, con il risultato di menomare la relazione emotiva madre-bambino che è fondamentale nella prima infanzia; per questa via quindi si aggrava ulteriormente il disturbo del bambino.

In questo modo si instaura un circolo vizioso che ha alla sua origine un agente non psicologico del disturbo psi­chico, ma che viene continuamente alimentato dal successivo disturbo relazionale madre-bambino.

Se, come superficialmente si è fatto per anni e anni, e come spessissimo si continua a fare, ci si limita a rilevare l’atteggiamento materno di ostilità, non valutandone la funzione controreattiva, e lo si giudica la causa iniziale, si rischia non solo di non comprendere l’esatta dinamica del disturbo attuale, ma di applicare metodi terapeutici che, per forza, non daranno i risultati sperati.

Tanto più che questi metodi da un lato implicano un’azione della madre e in quest’ultima alimentano sentimenti di inadeguatezza e di colpevolezza, dall’altro lato è proprio su questa supposta madre colpevole che si dovrebbe fondare il trattamento terapeutico.

Con questo non si vuole assolutamente affermare che non esistano disturbi depressivi dell’infanzia la cui origine sia solo psicologica, per lo più materna. Ci sono, ma essi sono molto più rari di quanto abitualmente si ritiene. Per quel che è l’esperienza personale, essi non raggiungono il 10% di tutte le forme depressive incontrate. E’ probabile anzi che essi siano anche in numero minore, alcuni agenti lesivi non essendo ancora stati messi in giusta luce.

Stabiliti questi criteri, si può comprendere che la malattia depressiva, quando è l’unico quadro clinico morboso, abbia come momenti eziologici quasi tutti quelli che sono alla base della insufficienza mentale (quando l’azione lesiva sia stata meno intensa) e in più in certo numero di cause psicologiche, le une e le altre comunque tali da condurre ad una ridotta funzionalità di meccanismi neurochimici, e alla ipercompensazione di altri.
Nel caso invece in cui la depressione sia un sintomo di accompagno di malattie lesionali del sistema nervoso centrale, le cause psicologiche non potranno essere agenti primari, ma fattori di quella quantità di depressione secondaria che si può sempre aggiungere ad una depressione primaria di qualsiasi origine.

Se la depressione infantile rappresenta l’unico quadro morboso, ne distingueremo così le cause:

— predisposizione ereditaria (non ancora ben valutata statisticamente, ma di accertato riscontro);

— cause prenatali: tutte quelle che riducono l’apporto di ossigeno al cervello del feto; infezioni intra-uterine; intossicazioni, sia quelle endogene che quelle esogene, e tra queste ultime si devono ricordare le conseguenze di abuso di sostanze psicostimolanti, dal fumo alle droghe pesanti; gravi stati di ansia della madre;

— perinatali: (sono le più frequenti) parto accelerato, parto prolungato, prematurità, postmaturità, gemellarità, parto complicato, asfissia neonatale, iperbilirubinemia non grave, ri­dotto peso alla nascita, cordone ombelicale avvolto intorno al collo, o corto, taglio cesareo, anche quando deciso fin dall’inizio, e non dopo un travaglio che si stava prolungando, exanguino-trasfusione per incompatibilità RH;

— post-natali: trauma cranico non grave, malattie virali che producano screzi encefalitici (influenze, morbillo, ma soprattutto pertosse!), tossicosi metaboliche non gravi, malattie cardiache che riducano l’ossigenazione cerebrale, esiti di epatite virale, esiti di malattie renali, malattie fisiche prolungate, traumi psichici (disturbato rapporto madre-bambino, perdita di uno o di entrambi i genitori, internamento in brefotrofio; atmosfera familiare gravemente disturbata).

Le cause qui indicate ai vari livelli dello sviluppo dell’individuo possono naturalmente sommarsi, non solo, come abitualmente avviene: causa somatica + causa psicologica, ma anche varie cause somatiche tra di loro; o ancora predisposizione ereditaria + causa somatica + causa psicologica, e così via.

L’incidenza della malattia depressiva nei bambini, nelle sue varie forme, è stata valutata tra 1/6 e 1/3 della popolazione infantile.


Riassunto.
Una risposta difensiva dell’organismo a cause patogene che vadano a colpire il Sistema Nervoso Centrale implica meccanismi GABAergici. Tale risposta è aspecifica ed è tale per traumi di origine fisica, chimica, infettiva o psicologica.

Tra i suoi effetti, l’abbassamento di soglia emotiva, che, a sua volta, può essere cau­sa di ulteriore disturbo nei rapporti relazionali, in particolare, nel­la primissima infanzia, nella relazione madre-bambino.

Le cause della depressione infantile, oltre ad una predisposizione familiare, in certi casi, sono in gran parte quelle che, ad un livello d’azione più intenso, determinano l’insufficienza mentale, e si distingueranno in prenatali, perinatali e postnatali.

A queste ultime si devono aggiungere cause psicologiche che, come primitive, si riscontrano solo nella depressione infantile, quando questa rappresenta l’unico quadro morboso.


Quadro clinico.
II quadro sintomatologico della depressione infantile è multiforme, e può essere diverso, a seconda dell’età, della gravita della malattia, e dei compensi posti in atto.

In ogni caso, dopo la nascita, comprenderà sempre sintomi somatici e psichici, con un aumento dei sintomi psichici man mano che ci si avvicina all’età adolescenziale.

Nel periodo intrauterino il sintomo tipico di risposta allo stress è l’iperattività in utero (probabilmente dovuta a iperfunzione di vie eccitatorie dopaminergiche non più adeguatamente controllate per la caduta dei poteri inibitivi GABAergici).

Ulteriore conferma di una depressività fetale è data dal liquido amniotico tinto di meconio, che si riscontra al momento della rottura del sacco amniotico, all’inizio del travaglio di parto, e che è considerato l’equivalente della diarrea postnatale.

In epoca immediatamente neonatale, e nel primo anno di vita i sintomi depressivi difettuali più comuni sono:

— riduzione o perdita del sonno, o alterazione del ritmo sonno-sveglia (" il bambino ha preso il giorno per la notte! ");

— riduzione o perdita dell’appetito;

— pianto continuo;

— stitichezza;

— facilità alle malattie da raffreddamento;

— pallore.



Sono invece sintomi di compenso:

— aumento del sonno (porta ad un aumento della neoproduzione di GABA);

— aumento dell’alimentazione o bulimia (porta ad una maggiore introduzione di precursori tra cui glucosio e triptofano);

— succhiarsi il dito (determina attivazione di aree cerebrali molto ampie);

— aumento del [bisogno di] contatto termico-tattile con la madre, che viene così obbligata ad un rapporto stretto, erroneamente giudicato come iperprotettivo (ha invece azione ansiolitica);

— disturbi " caratteriali " (determinano increzione surrenalica ad azione positiva sulla ipotensione, e sulla neopro­duzione di serotonina);

— dondolarsi o farsi dondolare (azione ansiolitica, per probabili afferenze vestibolo-limbiche) ;

— iperattività (sintomo di aggravamento della depressione).

Altri sintomi di non facile classificazione:

— gastroenteriti non infettive, con diarrea;

— persistenza della crosta lattea;

— facilità al vomito;

— acetonemia in corso di febbre;

— convulsioni febbrili;

— ritardo motorio semplice, o ritardo del linguaggio semplice.



Tra il 2° anno e l’ingresso nella scuola elementare i sintomi difettuali della depressione infantile sono:

— disturbi del sonno, anche solo risveglio mattutino anticipato;

— appetito scarso, o con scelta alimentare ridotta;

— pianto facile;

— stitichezza;

— facilità alle malattie da raffreddamento;

— pallore;

— astenia;

— freddolosità;

— tristezza;

— isolamento;

— gioco solitario, o con pochissimi compagni;

— diversità di comportamento tra mattino e pomeriggio (alcuni sono più sereni al mattino, altri al pomeriggio).



Sintomi di compenso, in questo periodo, sono:

— bulimia;

— voracità per i dolciumi (serve ad aumentare la neo­produzione di GABA [tramite il ciclo di Krebs]);

— ricerca attiva di caffè o vino (bevande euforizzanti);

— preferenza alimentare per il brodo di carne (contiene glutammina e/o glutammato, precursori del GABA);

— succhiarsi il dito;

— dipendenza accentuata dalla figura materna;

— disturbi caratteriali;

— necessità di porsi al centro dell’attenzione (aumenta l’autostima?);

— scelta di compagni più piccoli per il gioco, (con i più piccoli il livello delle proprie capacità diventa adeguato, e spesso, essendo poi il più robusto, diventa il capetto);

— dondolarsi;

— masturbazione neurotica (compenso adrenergico du­rante l’orgasmo);

— iperattività.



Sono ancora riscontrabili questi altri sintomi, ma non è chiaro se siano difettuali o di compenso:

— balbuzie;

— tics;

— diarree improvvise, senza ragione;

— digrignare i denti nel sonno;

— parlare nel sonno;

— pavor nocturnus;

— variazioni del tono dell’umore, in relazione ai cam­biamenti del tempo;

— stato di maggior benessere durante l’estate;

— gelosia fraterna;

— enuresi;

— encopresi;

— rituali prima di mangiare, o al momento di andare a letto;

— rifiuto panico di frequentare la scuola materna (equivalente della fobia della scuola?);

— ritardo semplice del linguaggio e modesto ritardo motorio.



L’ingresso nella scuola elementare, di per se stesso, può smascherare una depressività di fondo in bambini che fino a quel momento erano stati in una situazione di benessere, o almeno tale sembrava. Tra i 6 e gli 11-12 anni avremo, come sintomi difettuali:

— disturbi del sonno (difficoltà all’addormentamento, o frequenti risvegli durante la notte, o risveglio mattutino anticipato);

— disturbi dell’alimentazione, o scelta alimentare ridotta;

— pianto facile;

— stitichezza;

— facilità alle malattie da raffreddamento;

— pallore;

— astenia;

— freddolosità;

— cefalea (frontale o nucale);

— tristezza;

— inibizione emotiva;

— permalosità;

— gioco solitario, o con pochi amici;

— linguaggio puerile; goffaggine motoria;

—disturbi di apprendimento, per difficoltà di attenzione, concentrazione, memoria, ideazione.



Sono invece sintomi di compenso, in questo periodo:

— bulimia;

— voracità per i dolciumi;

— voracità per il brodo;

— ricerca attiva di sostanze psicostimolanti (caffè, vino o alcolici);

— disturbi caratteriali;

— tendenza all’ordine e alla meticolosità (azione ansiolitica perché permette un controllo sulla realtà che sta intorno?);

— ricerca di situazioni di rischio;

— masturbazione neurotica;

— voler essere al centro dell’attenzione (una forma diversa per imporre una dipendenza?);

— far il buffone, specie in classe (aumenta l’autostima, per aumento della considerazione del gruppo dei pari);

— tendenza a dir bugie o alla mitomania (un’altra maniera per essere al centro dell’attenzione?);

— dipendenza dalla figura materna o da un sostituto (maestra, nella scuola elementare);

— scelta prevalente o esclusiva di compagni più piccoli per il gioco;

— iperattività.



Altri sintomi spesso presenti, ma di difficile inquadramento:

— balbuzie;

— tics;

— enuresi;

— encopresi;

— diarree improvvise, immotivate;

— digrignare i denti nel sonno;

— parlare nel sonno;

— pavor nocturnus;

— rituali, anche al di fuori dell’inizio del pasto o del­l’andata a letto;

— situazione di maggior benessere d’estate;

— variazioni del tono dell’umore, in rapporto alle variazioni meteorologiche;

— iperidrosi;

— permalosità;

— autocommiserazione;

— autosvalutazione;

— elusione dell’ostacolo;

— litigiosità e/o gelosia fraterna;

— certe forme di fobia della scuola.



A partire il periodo della pubertà e nell’adolescenza la depressione infantile acquista, da un punto di vista sintomatologico, quasi tutte le caratteristiche della depressione degli adulti, compresa la perdita della speranza che porterà al tentato suicidio o al suicidio.

Mancherà però un sintomo non infrequente nell’età adulta, a partire dal 4° decennio di vita, e che è l’idea (a metà tra il depressivo e il delirante) di rovina.


Riassunto.
I sintomi della depressione infantile tendono a dissociarsi da quelli della depressione dell’adulto quanto più il bambino è piccolo. Prevalentemente, la depressione infantile ha sintomi somatici di intacco di ritmi biologici fondamentali (sonno, alimentazione, evacuazione), sintomi di rallentamento dello sviluppo di certe acquisizioni (linguaggio, motricità e apprendimento scolastico) e sintomi psichici (dal pianto alla depressione del tono dell’umore).

I sintomi psichici si fanno man mano più frequenti quanto più il soggetto si avvicina all’adolescenza, età nella quale non esistono molte differenze con la depressione dell’adulto. I sintomi di compenso, o agiscono per via somatica, aumentando la funzionalità dei circuiti GABAergici, o contrastando l’ipotensione, o agiscono per via psichica, riducendo l’ansia o aumentando l’autostima.


Prognosi.
Questo è un argomento difficile a proposito del quale le conoscenze sono in corso di radicale cambiamento, sia per quel che riguarda gli efletti della depressione infantile in età evolutiva, sia anche per quelli che si riverbereranno nella vita adulta.

Naturalmente la prognosi sarà tanto peggiore quanto più grave è la depressione, quanto meno l’organismo è stato in grado di mettere in atto meccanismi di compenso, quanto maggiore è la componente biologica implicata, quanto prima la depressione si è manifestata e quanto più si è mantenuta.

Il fatto che la depressione infantile sia stata ignorata per tanti anni, e anche ora, nella maggior parte dei casi, venga misconosciuta, non ha ancora apportato una sufficiente quan­tità di ricerche su quest’argomento, sia nel caso che la depressione non sia stata curata, sia nel caso che essa sia stata curata.

Qualora essa non venga curata, questi sono gli elementi che ci sembra di dover puntualizzare: — non è chiaro se l’organismo sia in grado di superare completamente, con le sole sue forze, qualsiasi depressione di qualunque gravita.

Di certo un buon numero di sintomi, spesso i più appariscenti, possono modificarsi, ridursi, o scom­parire. Se però si fa una indagine accurata, ci si accorge che un certo numero di altri è rimasto sullo sfondo. A questo fine gioca un suo ruolo l’apprendimento non razionalmente conscio di meccanismi sostitutivi, alcuni dei quali però (si pensi a quelli che agiscono sulla adrenalina e noradrenalina come aggressività, masturbazione neurotica, ricerca di situazioni di rischio, ecc.) possono diventare una componente essenziale per la strutturazione della personalità adulta;

— in certi casi però l’organismo non ce la fa da solo nemmeno a trovare una forma accettabile di compensazione, e in questo caso i sintomi difettuali saranno quelli che plasmeranno la personalità del soggetto (si pensi, ad esempio, il cosiddetto carattere introverso);

— il disturbo dell’apprendimento scolastico su base depressiva può incidere pesantemente su tutta la carriera scolastica;

— forme di pseudo-insufficienza mentale su base depressiva possono stabilizzarsi in età adulta in vera insufficienza mentale, anche se, di solito, di grado modesto;

— cominciano ad uscire sempre più studi da cui risulta che malattie psichiatriche della vita adulta (depressione, schizofrenia, tossicodipendenza) hanno avuto antecedenti psicopatologici di depressione infantile misconosciuta, in una percentuale di gran lunga maggiore di quella che risulterebbe da una pura probabilità statistica, (fino ad oltre 1’80% dei casi).

Non sappiamo però quale sia la percentuale di ex depressi infantili che ha sviluppato una malattia psichiatrica nell’età adulta; — si comincia a sospettare che fino all’era preantibiotica tutta una serie di depressi infantili, quelli che avevano come sintomo la facilità alle malattie da raffreddamento, morisse in età evolutiva di broncopolmonite. Con le terapie antibiotiche attuali questa prognosi è praticamente scomparsa, ma questo può aver modificato una selezione " naturale " per quanto riguarda le malattie psichiatriche.

Si pensi che ora si cominciano a vedere soggetti con sindrome di Down che hanno 40 anni, mentre 40 anni fa un bambino Down di 10 anni era un evento molto raro.

Il trattamento terapeutico, se ben condotto, è in grado di modificare completamente il quadro della depressione infantile, e se applicato in tempo e per un periodo adeguato, di superare gli eventuali ritardi accumulati.

E’ possibile, e ci sono gli elementi per pensare che sia così, che un trattamento antidepressivo effettuato adeguatamente in età infantile abbia anche una azione preventiva su eventuali maggiori disturbi psichiatrici dell’età adulta, ma non esistono studi in proposito.


Riassunto.
La prognosi della depressione infantile è funzione della gravita del quadro olinico, delle autonome capacità di compensazione dell’organismo, dell’età di insorgenza e della du­rata della malattia, ed è completamente diversa a seconda che sia curata o no.

Non è accertato che l’organismo depresso sia sempre in grado, da solo, di superare la malattia, anche se si riscontrano di fatto miglioramenti. I disturbi dell’apprendimento scolastico e la pseudoinsuffienza mentale possono stabilizzarsi, e non essere più reversibili.

Esistono dati che pongono in una depressione infantile misconosciuta gli antecedenti psicopatologici di certe malattie psichiatriche dell’età adulta, ma una relazione diretta non è stata ancora adeguatamente investigata.

Se la depressione infantile viene curata adeguatamente, la prognosi è favorevole, con completa remissione. Non è però accertato — anche se ci sono elementi per pensare che sia così — se una terapia in età infantile abbia anche azione preventiva su un certo numero di disturbi psichiatrici dell’età adulta.


Trattamenti terapeutici.
Tenuto conto delle diverse possibilità patogenetiche della depressione infantile, le terapie in grado di agire con efficacia su di essa sono più di una. In tutti i casi in cui l’origine sia somatica, o prevalentemente tale, una psicofarmacoterapia accorta è in grado non solo di ottenere risultati in tempi piuttosto brevi, ma di stabilizzarli, se mantenuta per un periodo di tempo adeguato.

Quando invece l’origine sia indubitabilmente psicologica o relazionale, una psicoterapia individuale, o della famiglia, possono essere di per se stesse risolutive, anche se tempi e costi non saranno lievi.

Terapie comportamentali che agiscano sul rinforzo dell’autostima, o sulla riduzione delle risposte aggressive, o per una progressiva desensibilizzazione di fronte a stimoli fobici possono trovare, in particolari forme, una loro precisa giustificazione, con prospettive di successo.

Il medesimo discorso può essere per una terapia occupazionale mirata, o anche per una terapia psicomotoria, stanti gli effetti di riduzione dei cosiddetti disturbi caratteriali che quest’ultima ha dimostrato di possedere.

Nulla vieta infine di utilizzare contemporaneamente più di un approccio terapeutico nel medesimo soggetto, per otte­nere in questo modo una azione sinergica.


Riassunto.
A seconda dell’origine, nella depressione infantile possono essere usate terapie farmacologiche, psicoterapie individuali o della famiglia, terapie comportamentali, terapia occupazionale, terapia psicomotoria o combinazioni tra queste.



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Pubblicato su Cocchi R. Strutture e dinamiche psicopatologiche in eta’ evolutiva. Montefeltro, Urbino 1985: 163-183.



Corrispondenza: dr Renato COCCHI, via Mercalli 10

42100 Reggio Emilia

renatococchi@libero.it


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silvia77


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Inviato: 2005-03-04 09:39   
grazie kio. ti risponderò con più calma. oggi mi si chiudono gli occhi. ciao

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KIO


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Inviato: 2005-03-04 10:45   
no problem!

pure KIO vagamente in coma...
e dibattito... sarebbe luuuuungo...
KISS!!!


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KIO


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Inviato: 2005-03-04 10:47   
Il post di Lele che cito sopra.

copio/incollo, da:
com'è la vostra giornata?
http://www.salutemed.it/forum/viewtopic.php?mode=viewtopic&topic=27&forum=4&start=15

Quote:

In data 2003-03-26 23:48, Lele63 scrive:
Cara Ilaria,
anche io come Carlo ti suggerisco di fare degli approfondimenti sul tuo stato di salute, visto che la CFS viene diagnosticata solo dopo che sono state escluse alcune altre patologie.
Io ti consiglierei per prima cosa di indagare sulla depressione. La depressione in alcune sue forme provoca proprio sonno, stanchezza, confusione, incapacità di realizzare ciò che si vorrebbe, e, soprattutto, tendenza a piangere continuamente. Comunque questa malattia oggi è perfettamente e facilmente curabile, a patto di rivolgersi ai medici giusti. Infatti gli antidepressivi in uso adesso sono leggerissimi, non provocano assuefazione o dipendenza (solo qualche leggero effeto collaterale nel primo paio di settimane, ma non sempre) e dopo qualche mese che si è ritrovata la capacità di vivere in modo attivo i farmaci si eliminano facilmente e definitivamente...
Dalla depressione si guarisce, dalla CFS non sempre. Per questo non avere paura se dovessi eventualmente ricevere una diagnosi di depressione, un male facilmente risolvibile.

La cosa fondamentale è trovare i medici giusti: non so dove abiti, ma se sei nel Nord Italia io ti consiglio di rivolgerti all'equipe dell'Ospedale San Raffaele di Milano, presso le Ville Turro in via Stamira d'Ancona n. 20 tel.02/26431 - si tratta di un gruppo di medici collegati alla ricerca universitaria, sempre all'avanguardia sulle ultime cure, in grado di valutare se il tuo stato è riconducibile ad una forma di depressione o se si stratta di altro, e se è depressione di prescriverti la giusta cura.
Ti dico di stare attenta da chi vai perchè io purtroppo ho buttato via anni a causa di medici opportunisti e con poca coscienza, ti faccio due esempi:
un medico mi ha prescritto per tre anni antidepressivi di tipo vecchio, che avevano pesanti effetti collaterali e mi hanno fatto ingrassare come una balena, solo perchè lui (come tanti) non aveva tempo e voglia per aggiornarsi sugli ultimi farmaci usciti,
oltrettutto anche se il mio umore era perfettamente ristabilito la stanchezza non passava;
un'altra dottoressa mi ha prescritto invece i farmaci nuovi, ma dopo averne provati di diversi tipi il risultato era sempre lo stesso,l'umore andava perfettamente a posto, la forza di volontà tornava ma il sonno e la fatica peggioravano sempre più; questa dottoressa per quattro anni mi ha fatto prendere i farmaci a dosi altissime dicendomi di avere pazienza, che prima o poi mi sarebbe passata anche la stanchezza... e intanto io buttavo via la mia vita...
Naturalmente i medici di cui sopra ricevevano solo in privato con parcelle altissime...
Poi finalmente un'amica mi ha segnalato il centro di Psichiatria di Ville Turro del San Raffaele, dove lei si era trovata benissimo.
Una gentilissima dottoressa, dopo tre o quattro colloqui e alcune prove con farmaci nuovissimi nel giro di qualche mese (non anni!), mi ha spiegato che io soffro di una forma di depressione che con un dosaggio bassissimo dei nuovi farmaci sparisce (infatti la forza di volontà e l'umore tornano subito a posto) e che non c'era bisogno che prendessi tutte le tonnellate di farmaci che i medici precedenti mi avevano imposto senza risolvermi il problema stanchezza. Mi ha detto che evidentemente nel mio caso la stanchezza e il sonno non erano sintomi legati alla depressione ma a qualcos'altro, altrimenti sarebbero spariti insieme alle crisi di pianto e di disperazione, e visto che la mia depressione era ormai sotto controllo mi ha suggerito di fare immediatamente ricerche anche in altri settori, prima di tutto di controllare se non avessi percaso una malattia del sonno.
Sempre lì alle Ville Turro c'è un centro per le malattie del sonno, e loro mi hanno segnalato che c'era un centro anche nella mia città, dove poi ho fatto tutti gli esami, ma mi hanno detto che il mio quadro clinico non corrisponde a nessuna delle malattie del sonno finora conosciute.
A quel punto ho sentito parlare della CFS, e adesso sto cercando di approfondire questo campo.
Riguarda alla depressione, le ultime scoperte hanno appurato che non è una malattia psicologica, si tratta soltanto di alcune sostanze chimiche del cervello i cui valori vanno temporaneamente fuori posto, e basta risistemarli per via farmacologica, proprio come un anemico ha i valori del ferro nel sangue troppo bassi e li risistema con farmaci a base di ferro. Per qesto la depressione non deve fare nessuna paura, anzi, se viene diagnosticata quando è all'inizio, si guarisce ancora più velocemente. Invece se la si ignora continua a peggiorare.
Io al San Raffaele /Ville Turro sono stata seguita dalla dott.ssa Càmpori, la mia amica dalla dott.ssa Caldirola, ma i medici lì sono una decina e sono tutti bravi.

Penso che per chi soffre di CFS sia importantissimo curare anche il minimo sintomo di depressione, perchè con la CFS abbiamo bisogno di tutta la forza di volontà del mondo, dobbiamo liberarci del senso di tristezza, della tendenza a piangere, dell'ansia e del panico e di tutte le altre subdole forme in cui la depresione si manifesta...abbiamo ben altro contro cui combattere, per cui ci servono tutte le nostre forze psichiche al loro massimo grado di salute, altrimenti oltre a tutto quello che dobbiamo subire ci sentiamo anche dire che stiamo lì a piangerci addosso invece di darci una mossa.. E vi ripeto, non è difficile guarire dalla depressione, mi piacerebbe che fosse così anche per la CFS...

Un abbraccio a tutti da Lele.

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[ Questo messaggio è stato modificato da: Lele63 il 2005-01-16 19:16 ]



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tired lizard


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Ciao Silvia, e scusa Kio se sparo questo senza leggerti anche te, non ce la faccio oggi!

Avevo un libro (resituito) che spiegava molto bene le similarità e le differenze fra depressione clinica e CFS. Mi ricordo di certe delle differenze importanti:

nella depressione spesso:
- si perde l'appetito e si sveglia di presto mattina senza potere riaddormentarsi
(quanti CFSini dormono invece fino a mezzogiorno, con difficoltà di addormentarsi all'inizio della notte!)
- non si interesse a quello che ci circonda, e non si vuole fare nulla (come ha detto Dolce)
- si sente triste per nessun causa in particolare (invece, soffrire della CFs è un buon motivo per essere triste, non?)
- si ha forse un predecedente di depressione nel suo passato.

Spero che questo potrebbe aiutarti a capire cos'hai.

Un abbraccio
Liz


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max


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Inviato: 2005-03-04 15:34   
Tratto da questo sito:" Un gruppo di pazienti CFS dimostravano un sottile deficit dell'ormone cortisolo all'opposto dell'ipercortisolemia che caratterizza la melanconia, una delle forme maggiori e più comuni di depressione. Questo suggerisce non solo che i disturbi dell'asse ipotalamo-ipofisario-surrenalinico (HIPA) giocano un ruolo in entrambi le sindromi, ma risultati portano ad una distinzione biologica tra CFS e le principali forme di depressione e offrono una spiegazione del loro sovrapporsi."

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max


Registrato: Apr 26, 2003
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Inviato: 2005-03-04 15:35   
Ancora tratto da questo sito:"E' stato riportato un ipocortisolismo in alcuni pazienti con fibromialgia, una malattia simile alla CFS."

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